{"id":133,"date":"2013-08-10T14:08:39","date_gmt":"2013-08-10T12:08:39","guid":{"rendered":"http:\/\/www.centroculturaletommasomoro.org\/?p=133"},"modified":"2013-08-10T14:09:32","modified_gmt":"2013-08-10T12:09:32","slug":"il-laico-cristiano-dei-tempi-nuovi-di-matteo-perrini","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.centroculturaletommasomoro.org\/?p=133","title":{"rendered":"Il laico cristiano dei tempi nuovi di Matteo Perrini"},"content":{"rendered":"<p>Thomas More ed Erasmo da Rotterdam si incontrarono per la prima volta a un pranzo del Lord Mayor di Londra nell\u2019estate del 1499. More aveva allora ventidue anni, Erasmo una decina di pi\u00f9, e fu subito amore a prima vista. I due differivano in tutto, o quasi: per l\u2019ambiente in cui erano cresciuti, per l\u2019educazione ricevuta, per il temperamento che si portavano appresso; ma quando s\u2019incontrarono, scoprirono le loro affinit\u00e0 elettive e l\u2019uno divent\u00f2 all\u2019altro insostituibile e prezioso. <!--more-->I tentativi di scindere il nome di Erasmo da quello di More si sono ripetuti nel corso di mezzo millennio, perch\u00e9 la vicinanza dell\u2019umanista che maneggiava l\u2019ironia e la polemica graffiante come nessun altro comprometteva la rappresentazione oleografica di un More modello di ortodossia rigida e \u201cpapista\u201d. In realt\u00e0 Erasmo e More erano e restano inseparabili e furono legati da una di quelle amicizie totali la cui delicatezza si rivela in mille tratti affascinanti, tanto che essi costituiscono la coppia pi\u00f9 affiatata e insieme di pi\u00f9 alto profilo dell\u2019et\u00e0 moderna. * Erasmo era stato un religioso agostiniano e rimase prete per tutta la vita che consacr\u00f2 alla rinascita della cultura umanistica e alla riscoperta dei Padri della Chiesa, ma soprattutto alla revisione del testo greco e latino del Nuovo Testamento. Riprendere dopo undici secoli la Vulgata che Gerolamo aveva consegnato alla cristianit\u00e0 e rileggerla criticamente, avvalendosi di nuovi strumenti filologici, era impresa di tale arditezza da sembrare a molti blasfema, anche perch\u00e9 si accompagnava esplicitamente a un programma di profondo rinnovamento religioso e di ritorno alle pure sorgenti del Vangelo. Ed \u00e8 alla luce di quel vasto, articolato disegno di riforma cattolica che si colloca anche la parte polemica dell\u2019opera erasmiana, che trov\u00f2 la sua pi\u00f9 efficace espressione in quello stupendo intreccio di fantasia e protesta, di scherzo e seriet\u00e0, di sarcasmo e appassionata invocazione alla rinascita spirituale che \u00e8 l\u2019Elogio della follia. Erasmo dedic\u00f2 l\u2019Elogio a Thomas con queste parole: \u201cDi te assente, o primo dei miei amici, mi ricordo proprio come godo della tua presenza che, come sai, \u00e8 il piacere pi\u00f9 grande che mi sia concesso dalla vita. Per la singolarit\u00e0 e la perspicacia del tuo ingegno, tu ti discosti enormemente dalla gente comune; eppure, per l\u2019incredibile delicatezza e affabilit\u00e0 della tua indole, riesci a essere, e con gioia, l\u2019uomo di tutte le ore per tutti\u201d. Erasmo conia qui per l\u2019amico l\u2019espressione cum omnibus omnium horarum homo, l\u2019uomo di tutti in ogni momento, che di l\u00ec a poco, nel 1521, in una guida all\u2019apprendimento del latino, diventer\u00e0 a man for all seasons, \u201cun uomo per tutte le stagioni\u201d: una frase che \u00e8 divenuta la definizione pi\u00f9 popolare e classica a un tempo di More. Essa, infatti, sta a significare sia la perfetta disposizione di More a essere sempre all\u2019altezza di ogni situazione, fino a quella suprema del sacrificio della vita, sia la possibilit\u00e0 per gli uomini di qualsiasi epoca storica &#8211; e dunque anche per noi &#8211; d\u2019incontrare quel grande laico cristiano e di accoglierlo come compagno di viaggio. La vera biografia di More il principe degli umanisti la tracci\u00f2 di proposito, in maniera anticonvenzionale e quasi a futura memoria, in quattro lettere che indirizz\u00f2 ad altrettanti amici, ora per la prima volta da me tradotte e commentate nel volume: Erasmo da Rotterdam, Ritratti di Thomas More, pubblicato da La Scuola editrice di Brescia nel 2000. Erasmo scrisse quelle lettere &#8211; designate nel monumentale Opus epistolarum con i numeri 999, 1117, 1233, 2750 &#8211; con estrema accuratezza e le rese pubbliche tra il 1519 e il 1532, nell\u2019arco di tredici anni. Esse costituiscono quattro profili di More osservato da angolazioni diverse, in rapporto a situazioni e problemi in cui l\u2019inglese aveva lasciato il segno. Evidentemente, attraverso le quattro lettere, Erasmo intendeva richiamare l\u2019attenzione dei contemporanei, e forse ancora pi\u00f9 dei posteri, sulla figura di Thomas More, l\u2019uomo che ai suoi occhi rappresentava nel modo pi\u00f9 elevato e accattivante l\u2019ideale del laico cristiano dei tempi nuovi. * Nel terzo ritratto di Thomas More, la Lettera 1233, inviata nel settembre del 1521 al leader degli umanisti francesi, Guillaume Bud\u00e9, Erasmo mette a fuoco un altro aspetto fondamentale, ancora oggi assai poco conosciuto, di quel \u201csanto sposato\u201d, e sposato due volte. Ci\u00f2 che riempie di ammirazione l\u2019olandese \u00e8 che More marito e padre abbia aperto la via a un mutamento epocale, come il riscatto e la promozione della donna, non con proclami altisonanti, ma con la realizzazione pratica della sua \u201cutopia domestica\u201d. Le idee di More sull\u2019educazione delle donne sono fortemente in anticipo sui tempi ed Erasmo, che aveva reputazione di misogino, si converte sinceramente ad esse. In quel campo &#8211; scrive Erasmo &#8211; la netta superiorit\u00e0 dell\u2019inglese rispetto a se stesso e a Bud\u00e9 va, pertanto, riconosciuta senza indugio alcuno. Bud\u00e9, grecista sommo e fondatore della storia del diritto, era anch\u2019egli buon padre di famiglia ma, a differenza di More, non aveva avuto l\u2019ardire di iniziare le figlie alle bonae litterae. Grande \u00e8 la simpatia di More nei confronti delle donne: una simpatia che non \u00e8 solo comprensione e apertura al loro mondo, ma anche umilt\u00e0. Egli \u00e8, infatti, uno di quei rari uomini che nell\u2019et\u00e0 moderna abbia avvertito come una perdita di umanit\u00e0, e quindi un danno per tutti, il fatto che le donne &#8211; spose, madri, figlie &#8211; non abbiano avuto nel corso dei secoli, neppure nell\u2019era cristiana, il posto unico e insostituibile che loro spetta nella famiglia, nella cultura, nella societ\u00e0, nella Chiesa. Da tale convincimento nasce la necessit\u00e0 di una cultura superiore che More sar\u00e0 tra i primi a voler impartire alle donne: un\u2019educazione uguale a quella degli uomini, ma non ricalcata su di essa e rispettosa della vera femminilit\u00e0, aperta agli studi scientifici e teologici oltre a quelli umanistici. L\u2019argomento, che era ben presente nella Lettera 999, indirizzata a Ulrich von Hutten, trova qui uno sviluppo tematico e ci\u00f2 fa della Lettera 1233 il primo manifesto del femminismo cristiano. Erasmo, del resto, parla per diretta conoscenza, perch\u00e9 quando era stato per mesi ospite nella casa di More, a Londra, era rimasto ammirato dell\u2019atmosfera di gioia, della vivacit\u00e0 culturale, del gusto artistico, del fervore religioso di quella lieta brigata. Di quell\u2019esperienza egli serbava il pi\u00f9 caro ricordo, avendo passato nella famiglia More le ore pi\u00f9 belle della sua vita. * All\u2019alba dell\u2019et\u00e0 moderna, i due cristiani che indirizzarono su nuove vie la riflessione politica furono proprio Erasmo e Thomas More. Essi concepirono una vasta, profonda riforma umanistica della politica: il primo, mettendo al centro dei suoi appassionati interventi la pace come obiettivo fondamentale e, dunque, il rifiuto della guerra come mezzo per risolvere le contese internazionali; il secondo, ponendo fortemente l\u2019accento sulla giustizia sociale. I frutti pi\u00f9 cospicui dell\u2019impegno di Erasmo in quel campo furono due: l\u2019Institutio principis christiani (\u00abL\u2019educazione del principe cristiano\u00bb), lo scritto del 1516 dedicato a Carlo di Gand, il giovane sovrano dei Paesi Bassi che sarebbe divenuto imperatore col nome di Carlo V, e il Dulce bellum inexpertis (\u00abDolce \u00e8 la guerra per chi non ne ha fatto esperienza\u00bb), il testo pi\u00f9 lucido e appassionato del pacifismo erasmiano. L\u2019umanista lo redasse in forma pressoch\u00e9 definitiva tra l\u2019estate del 1516 e la primavera dell\u2019anno seguente. Ebbene, in quel magico 1516 anche il More pensatore politico usc\u00ec allo scoperto con un\u2019opera che gareggia con l\u2019Elogio della Follia per finezza, ironia e passione riformatrice. Il 3 settembre More invi\u00f2 il manoscritto a Erasmo con la preghiera di rivedere il testo prima che venisse stampato. Quel libro sar\u00e0 il suo capolavoro e il suo titolo, Utopia, da quel momento entrer\u00e0 a far parte del linguaggio universale. Nessuno, in effetti, pu\u00f2 capire More pensatore politico e statista cristiano se prescinde da quello scritto, in cui egli affronta le questioni di fondo del buon governo con un tipo di scrittura che meglio gli permetta di criticare i mali della sua Inghilterra e, nello stesso tempo, di indicare ai popoli e alle loro guide le vie per umanizzare l\u2019esercizio del potere. L\u2019Utopia \u00e8 opera assai complessa perch\u00e9 il suo autore si serve di un racconto fantastico per delineare una \u201cparabola meta-storica\u201d ricca di profondi significati: ci\u00f2 gli consente di avere una maggiore libert\u00e0 di espressione e, nello stesso tempo, di ribadire che il suo pensiero non \u00e8 sic et simpliciter quello del protagonista dello scritto, il navigatore Itlodeo, n\u00e9 quello dei cittadini di Utopia, che non conoscono Mos\u00e8, Socrate, Cicerone e san Paolo. La connotazione enigmatica data al racconto ha colpito in ogni tempo l\u2019immaginazione dei lettori, ma non deve farci dimenticare che l\u2019autore di Utopia ha individuato per primo le tare del mondo moderno, e la maggior parte dei problemi che ne derivano, nella concentrazione del potere politico e della ricchezza, nella spietatezza dei rapporti sociali, nel bellicismo criminale, nella frenesia del danaro \u201cunica misura di tutte le cose\u201d, nella riduzione dell\u2019uomo a ci\u00f2 che produce. \u201cQuando considero con attenzione &#8211; scrive More verso la fine dell\u2019opera &#8211; tutti questi Stati che oggi prosperano dappertutto, non riesco a scorgervi nient\u2019altro, e Dio mi perdoni, che una sorta di congiura dei ricchi (quaedam conspiratio divitum) i quali, in nome e sotto il pretesto dello Stato, badano solo ai propri interessi\u201d. Insomma, con Utopia, un libro apparentemente atemporale, entrano nella storia un nuovo modo di vedere le cose e una prospettiva di cambiamento. Le proposte utopiane, infatti, una volta divenute oggetto di discussione, non saranno pi\u00f9 messe a tacere. Se proviamo solo ad elencarle, ci accorgiamo che nel corso di quasi mezzo millennio esse sono divenute progetti e ideali storici a cui l\u2019umanit\u00e0 migliore non pu\u00f2 rinunciare: un regime costituzionale che escluda i diabolici opposti della tirannide e dell\u2019anarchia; l\u2019accesso alle funzioni pubbliche mediante il voto; la parit\u00e0 tra uomini e donne dinanzi alla legge, nel lavoro e nella cultura; una giustizia penale mite, ma efficace e realmente uguale per tutti; la tolleranza religiosa reciproca tra le diverse confessioni religiose; l\u2019armonia tra la fatica del lavoro e la libera attivit\u00e0 ricreativa, e quindi una vera e propria cultura del tempo libero, di \u201cun tempo dedicato a piaceri onesti fondati sulla natura e la verit\u00e0\u201d. Bud\u00e9 non diminuiva affatto il valore dell\u2019Utopia dicendo subito, nel 1517, che quel libro meritava l\u2019epiteto di \u201cseminalis\u201d, in quanto \u201cvivaio di istituzioni belle e utili\u201d. * More fu sempre un appassionato, geniale servitore del bene comune del suo Paese e dell\u2019Europa, ma entr\u00f2 al servizio della Corona solo quando vi fu costretto da Enrico VIII. Egli fu prima uomo di legge, deputato della City alla Camera dei Comuni, amministratore della giustizia in quanto Vice Sceriffo di Londra, nonch\u00e9 inviato del re nelle Fiandre per comporre i rispettivi diritti e gli opposti interessi economici delle nazioni che si affacciavano sulla Manica. L\u2019esito positivo delle lunghe, difficili missioni sul continente merit\u00f2 a More persino gli elogi della controparte e convinse Enrico VIII a chiamarlo direttamente al servizio della Corona a partire dal luglio 1518. Va, per\u00f2, ricordato che il passaggio dalla City alla Corte non fu per nulla gratificante per More, che col nuovo incarico vedeva diminuire drasticamente le entrate finanziarie e, cosa assai pi\u00f9 grave, la sua stessa libert\u00e0 personale, ma il senso dello Stato era tanto forte in lui da prevalere su ogni altra considerazione. Nel 1523 il Parlamento &#8211; che non aveva nulla a che fare con la Camera dei Comuni degli ultimi due secoli, essendo costretto a rapportarsi a un potere assolutistico, quello del re &#8211; lo elesse suo speaker e More nel discorso d\u2019insediamento, per nostra fortuna riportato integralmente da William Roper nella sua Vita di sir Thomas More, chiese formalmente al re, ed era la prima volta che ci\u00f2 accadeva, di riconoscere ai membri della Camera il diritto alla pi\u00f9 ampia libert\u00e0 di parola. More, inoltre, riusc\u00ec ad essere instancabile tessitore di pace in campo internazionale, promuovendo giuste intese tra le parti in conflitto grazie anche a uno stile di assoluta riservatezza e alla capacit\u00e0 di nascondere il pi\u00f9 possibile la sua persona. Il successo pi\u00f9 memorabile in diplomazia fu la conclusione della Pace di Cambrai, detta anche Pace delle Due Dame, che assicur\u00f2 all\u2019Europa quindici anni di relativa tranquillit\u00e0 nell\u2019interminabile duello franco-asburgico; e More, che ne era stato uno degli artefici, la firm\u00f2 per il suo re. L\u2019apporto silenzioso ma decisivo di More alla Pace di Cambrai fu il preludio all\u2019assunzione della pi\u00f9 alta carica del regno dopo quella del sovrano. Poche settimane dopo, infatti, il re lo design\u00f2 Lord Cancelliere. Era il 25 ottobre 1529. * In uno dei momenti pi\u00f9 drammatici nella storia del suo Paese, bench\u00e9 non vi aspirasse affatto, More non rifiut\u00f2 la carica di Lord Cancelliere, particolarmente pesante e pericolosa se esercitata da un uomo giusto in un regime che ormai volgeva al dispotismo. Il giorno del giuramento, al duca di Norfolk che, a nome del sovrano, aveva ricordato \u201cquanta gratitudine debba l\u2019Inghilterra a sir Thomas More\u201d, il nuovo Cancelliere risponde con un discorso nobile e triste, a dir poco sorprendente: \u201cHo ragione di guardare alle dignit\u00e0 umane come a cosa di poca durata e al posto di Cancelliere come molto meno desiderabile di quanto pensino coloro che me ne vogliono onorare. Per questo mi accingo a salirvi come a un posto pieno di fatica e di pericoli, privo di ogni onore solido e reale: un posto dal quale tanto pi\u00f9 si deve aver timore di cadere, quanto pi\u00f9 \u00e8 in alto\u201d (Th. Stapleton, Vita Thomae Mori, in Tres Thomae, 1588). All\u2019indomani, il 28 ottobre, dalla casa di campagna di Chelsea More scrive a Erasmo per annunciargli l\u2019avvenuta nomina a Lord Cancelliere. E lo fa in questi termini: \u201cAlcuni amici sono esultanti e si congratulano vivamente con me. Ma tu, che hai l\u2019abitudine di pesare le vicende umane con sagacia e prudenza, forse mi compiangerai per la mia fortuna\u201d (tu qui res humanas soles prudenter et sollerter expendere, fortunae meae fortasse misereberis &#8211; Ep. 2228). More, dunque, non si fa alcuna illusione. Ma allora perch\u00e9 accetta una carica che inevitabilmente, prima o poi, lo porr\u00e0 nell\u2019alternativa di piegarsi o spezzarsi? La risposta, a mio avviso, \u00e8 in questo passaggio dell\u2019Utopia: \u201cNon si deve abbandonare la nave in mezzo alle tempeste solo perch\u00e9 non si possono estinguere i venti. Si deve operare, invece, nel modo pi\u00f9 adatto per cercare di rendere se non altro minore quel male che non si \u00e8 in grado di volgere al bene\u201d (Utopia, The Yale University Ed., 1965, vol. IV, p. 96). More \u00e8 consapevole del rischio mortale a cui va incontro e tuttavia crede, quale che sia il costo da pagare sul piano personale, di non doversi sottrarre a due precisi doveri: servire il bene comune del proprio Paese in una situazione di grave crisi morale e istituzionale e, nello stesso tempo, mettere in atto l\u2019unico tentativo legale possibile affinch\u00e9 \u201cla grave questione del re\u201d (the King\u2019s Great Matter) &#8211; cio\u00e8 la pretesa nullit\u00e0 del matrimonio con Caterina d\u2019Aragona &#8211; non portasse allo scisma religioso. * More rimase alla Cancelleria fino a quando l\u2019assemblea dei vescovi, cedendo alle pressioni del re, riconobbe in Enrico VIII, sia pure ad personam, \u201cil Capo Supremo in terra della Chiesa d\u2019Inghilterra\u201d. I vescovi avevano creduto di aver fatto al re una concessione limitata nel tempo e non si rendevano conto di aver aperto la porta al distacco dalla Chiesa cattolica, passando sopra a un principio cardine del Vangelo &#8211; \u201cDate a Cesare ci\u00f2 che \u00e8 di Cesare, e a Dio ci\u00f2 che \u00e8 di Dio\u201d (Mt. 22, 22) &#8211; che sta alla base della civilt\u00e0 europea, differenziandone profondamente la storia rispetto a quella degli altri continenti. More, invece, proprio perch\u00e9 aveva compreso la forza liberatrice &#8211; sia sul piano politico, sia nella sfera propriamente religiosa &#8211; della distinzione tra religione e politica, Chiesa e Stato, enunciata in modo inequivocabile dal Cristo dei Vangeli, misurava fino in fondo le conseguenze negative che sarebbero derivate dalla sua cancellazione. \u00c8 noto che nel 1521 Leone X aveva conferito ad Enrico VIII il titolo di defensor fidei per il suo scritto contro Lutero; ben pochi sanno, per\u00f2, che quando fu interpellato dal re, More lo preg\u00f2 di non accrescere oltre il giusto l\u2019autorit\u00e0 del papa, perch\u00e9 essa va esercitata nello spirito del Vangelo e, dunque, nei limiti che il Vangelo le assegna. Il re non accolse il suggerimento del suo ministro, che poi condanner\u00e0 a morte come traditore papista. More, per\u00f2, non era uomo che potesse coprire o, peggio, difendere ingiustizie e privilegi neppure della Chiesa cattolica. Persino nel pieno della polemica con i luterani inglesi, capeggiati da William Tyndale, egli difende la dottrina cattolica, ma s\u2019indigna perch\u00e9 la Chiesa cattolica in Inghilterra costringe il clero delle parrocchie a vivere in grande miseria, mentre lascia gli alti prelati sguazzare nelle ricchezze. A costoro &#8211; questa \u00e8 la proposta di More &#8211; la Chiesa dovrebbe portar via, per sua interna disposizione e senza indugio alcuno, il denaro che sprecano nello sfarzo pi\u00f9 vergognoso per impiegarlo in opere di bene, finanziando in primo luogo le scuole per i figli della povera gente, perch\u00e9 chi \u00e8 ignorante non pu\u00f2 essere libero. Cristiano autentico qual era, More rifiutava con decisione teocrazia e clericalismo, ossia ogni forma di dominio in veste sacrale, ritenendo doveroso opporsi a qualsiasi indebita ingerenza del papa, della curia romana e della gerarchia della Chiesa d\u2019Inghilterra nella giurisdizione temporale. Ma, per le stesse ragioni, non poteva neppure accettare la svolta cesaropapista del re e l\u2019assoggettamento della Chiesa al volere della corona. L\u2019intrusione brutale del potere politico nella sfera della fede e la pretesa di una provincia della cristianit\u00e0 a legiferare in antitesi con la Chiesa universale attestavano, ai suoi occhi, quanto si fosse spinto avanti il processo di perversione assolutistica dello Stato in una nazione che pure si diceva cristiana. La gerarchia della Chiesa d\u2019Inghilterra non ebbe su problemi tanto gravi e di cos\u00ec straordinaria importanza la lucidit\u00e0 del laico Thomas More e capitol\u00f2. La resa fu sottoscritta il 15 maggio 1532 da tutti i vescovi, con una sola eccezione, quella di John Fisher, il vescovo di Rochester grande amico di Erasmo e di More. Dal documento 867, contenuto nell\u2019ottavo volume delle Letters and Papers of the reign of Henry VIII, risulta in modo inoppugnabile che More e Fisher avevano deciso, ognuno per conto proprio, di giurare, anche se con disagio, l\u2019Atto di Successione con cui dal marzo 1534 si imponeva di riconoscere eredi legittimi al trono i soli figli nati dal matrimonio tra il re e Anne Boleyn; non lo fecero perch\u00e9 nel preambolo era inclusa l\u2019affermazione: \u201cil re \u00e8 il Capo Supremo in terra della Chiesa d\u2019Inghilterra\u201d. I due amici, l\u2019uno laico e l\u2019altro vescovo, non morirono, dunque, per uno dei tanti annullamenti di matrimonio negato o concesso nel corso dei secoli dalla curia romana, ma per questioni maledettamente serie: essi credevano nell\u2019unit\u00e0 e nel carattere universale della Chiesa, nella libert\u00e0 di coscienza e nella corretta laicit\u00e0 dello Stato, secondo la quale il capo politico di una nazione non pu\u00f2 essere nello stesso tempo il suo capo religioso e viceversa. Il 16 maggio, all\u2019indomani del desolante spettacolo dell\u2019assemblea dei vescovi, More present\u00f2 le dimissioni, peraltro da tempo annunciate al sovrano a motivo delle non buone condizioni di salute. Come all\u2019atto di insediamento di More al Cancellierato, anche ora, al momento del ritiro, il duca di Norfolk lo ringrazi\u00f2 pubblicamente a nome del re per la sua amministrazione esemplare ed aveva ben ragione di farlo. Nei settori in cui fu chiamato a operare, il Cancelliere aveva lavorato con l\u2019acuta intelligenza e la straordinaria capacit\u00e0 realizzatrice che tutti gli riconoscevano; ma egli fu soprattutto \u201cil Ministro dell\u2019Equit\u00e0\u201d, a causa del suo impegno nel rendere giustizia a chi l\u2019attendeva da tre, dieci, dodici anni. Il suo lieto trionfo lo ebbe il giorno in cui, aperte le udienze e definita una causa, quando chiam\u00f2 la successiva, si sent\u00ec rispondere che non c\u2019era pi\u00f9 nessuno che attendesse giudizio. \u201cVolle che l\u2019avvenimento venisse registrato negli atti ufficiali della Court of Chancery\u201d, ci ricorda uno dei suoi primi biografi. Ancora due generazioni pi\u00f9 tardi la cosa non cessava di suscitare meraviglia e nostalgia, com\u2019\u00e8 provato dal fatto che circolavano tra la gente questi versi: \u201cNel tempo ch\u2019era More Cancelliere \/ di cause in mora non ce n\u2019eran pi\u00f9. \/ Cose cos\u00ec non le potrem vedere \/ che quando More torner\u00e0 quaggi\u00f9\u201d. In realt\u00e0 fu proprio l\u2019appassionata dedizione con cui More serv\u00ec la giustizia, insieme al suo senso dello humour, a caratterizzare la sua immagine nella tradizione popolare. Il re e il suo ex Cancelliere vogliono ambedue che il congedo sia senza rottura e More spera di potersi finalmente dedicare a tempo pieno ai suoi studi, ai suoi scritti, ad una pi\u00f9 intensa vita di preghiera. Ma fino a quando gli sar\u00e0 consentito starsene in disparte con un re come Enrico VIII? Erasmo e More avevano ben presente un celebre precedente storico. Quando Seneca chiese a Nerone il permesso di ritirarsi dalla politica attiva, il figlio di Agrippina aveva mostrato di comprenderne le ragioni e gli aveva esternato pubblicamente la sua gratitudine per i servizi resi all\u2019impero. Nel momento in cui ringraziava il filosofo statista, Nerone era quasi certamente sincero; con molta probabilit\u00e0 lo era anche Enrico VIII, nei confronti del suo miglior ministro e consigliere; ma quando il potere diventa incontrollato e autocratico, lo scenario pu\u00f2 mutare rapidamente e alla fin fine \u00e8 proprio sugli uomini di coscienza intemerata e sui veri servitori dello Stato che si abbatte l\u2019ira del re. E l\u2019indignatio principis mors est (Proverbi 16, 14). I despoti, infatti, a un certo punto non sopportano neppure il silenzio e il riserbo dei giusti. Nella narrazione degli avvenimenti che Geoffrey Elton fa per la Storia moderna, pubblicata a cura dell\u2019universit\u00e0 di Cambridge, si dice che Enrico VIII aveva \u201cil dono supremo dell\u2019egoista\u201d. Aveva cio\u00e8 l\u2019incrollabile convinzione che il diritto fosse sempre dalla sua parte e, dunque, la sincera pretesa di imporre a chiunque il suo volere. * Dopo le dimissioni da Lord Cancelliere, More, che era molto malandato in salute, si trov\u00f2 all\u2019improvviso senza danaro e nell\u2019impossibilit\u00e0 di riprendere la professione forense. La famiglia dell\u2019ex Cancelliere cominci\u00f2 allora a sperimentare la povert\u00e0 e, ben presto, anche la miseria pi\u00f9 umiliante. In tanta tristezza un angelo in forma umana venne in soccorso dei More: un italiano, il lucchese Antonio Bonvisi, banchiere appassionato di studi umanistici e amico di antica data. A lui More si rivolger\u00e0 nell\u2019ultima lettera scritta in carcere con queste parole: \u201cTu, pupilla degli occhi miei, come da tempo mi piace chiamarti\u201d (Ep. 217 Rogers). Il 1\u00b0 giugno 1533 Anne Boleyn fu incoronata regina nell\u2019abbazia di Westminster. Qualche tempo prima tre vescovi, cari amici e ammiratori di More, gli scrissero invitandolo a partecipare insieme a loro alla cerimonia dell\u2019incoronazione, e lo pregarono di accettare venti sterline perch\u00e9 potesse comprarsi una veste adatta alla fastosa cerimonia. More accett\u00f2 il danaro, perch\u00e9 ne aveva bisogno, ma rimase a casa, malgrado le pressanti insistenze, dirette e indirette, di Enrico VIII. Ai tre vescovi amici l\u2019ex Cancelliere disse che, avendo accondisceso a una delle loro richieste, pensava di poter con maggior franchezza dire di no all\u2019altra. Poi narr\u00f2 loro questo aneddoto storico. Un imperatore voleva condannare a morte non si sa per quale delitto una vergine, ma non poteva farlo avendo egli stesso decretato, \u201cper l\u2019alta considerazione che aveva della verginit\u00e0\u201d, che nessuna vergine potesse essere condannata a morte. William Roper, il marito di Meg, la dilettissima figlia primogenita di More, riferisce in questi termini la parte conclusiva del racconto del suocero: \u201cA un certo punto si lev\u00f2 a parlare uno dei consiglieri dell\u2019imperatore, un uomo senza tante complicazioni, e disse: \u00abPerch\u00e9 far tanto chiasso per una cosa cos\u00ec trascurabile? Prima deflorate la fanciulla, e quindi sopprimetela&#8230;!\u00bb. Ora, signori, &#8211; concluse sir Thomas More &#8211; io non credo che potr\u00f2 farci niente se decideranno di sopprimermi; ma, con l\u2019aiuto di Dio, vi assicuro che non consentir\u00f2 a nessuno di deflorarmi\u201d (W. Roper, Vita di sir Thomas More, Morcelliana, Brescia 1963, pp. 76-78). I tre interlocutori di More erano Cuthbert Tunstall, John Clerk e James Gardiner. L\u2019imperatore di cui si parla \u00e8 Tiberio e il delitto della ragazza era semplicemente quello di essere la figlia di Seiano, l\u2019onnipotente factotum dell\u2019imperatore caduto in disgrazia. L\u2019episodio \u00e8 narrato da Tacito negli Annali, VI, 4. Vi \u00e8 nell\u2019aneddoto un parallelo abbastanza trasparente tra il dispotismo di Tiberio e quello di cui ormai Enrico VIII forniva prove sempre pi\u00f9 agghiaccianti, ma anche tra la fine immeritata della giovinetta romana e quella che l\u2019ex Cancelliere sentiva ormai incombere su di s\u00e9. Nelle parole di More, per\u00f2, c\u2019\u00e8 molto di pi\u00f9: si avverte in esse il vigore profetico di chi, pur sentendosi in pericolo di morte, confida che la provvidenza non permetter\u00e0 che sia violentato in ci\u00f2 che ha di pi\u00f9 caro, la sua coscienza. * More era stato Lord Cancelliere dal 25 ottobre 1529 al 16 maggio 1532: due anni, sei mesi e tre settimane. All\u2019indomani delle dimissioni il partito protestante, da tempo ormai al servizio di Anne Boleyn, tent\u00f2 di screditare l\u2019ex Cancelliere, accusandolo persino di crudelt\u00e0 verso gli eretici. More si difese brillantemente nella primavera del 1533 in uno dei suoi scritti pi\u00f9 vivaci, l\u2019Apologia. Ma gi\u00e0 sul finire del 1532 Erasmo, che su quel punto si era informato con scrupolo, ne parla a un altro statista cattolico, Johann Faber, vescovo di Vienna e strettissimo collaboratore del fratello di Carlo V, l\u2019arciduca d\u2019Austria Ferdinando d\u2019Asburgo, re di Ungheria e Boemia. La Lettera 2750 \u00e8 una difesa appassionata dell\u2019onore cristiano e della lungimiranza di More: come Cancelliere egli aveva, infatti, l\u2019obbligo istituzionale di essere \u201chereticis molestus\u201d e di salvaguardare l\u2019unit\u00e0 religiosa della nazione, ma non permise mai, nel tempo in cui esercit\u00f2 il potere al pi\u00f9 alto livello, che uno solo di essi fosse torturato e messo a morte. Le dichiarazioni di More sull\u2019argomento sono chiarissime: \u201cDi tutti quelli che sono caduti nelle mie mani per crimine di eresia, Dio mi \u00e8 testimone, neppure uno ha ricevuto da me altro male se non quello di essere rinchiuso in carcere&#8230; Io non ho inferto a nessuno n\u00e9 un colpo, n\u00e9 violenza alcuna, neppure un buffetto sulla fronte\u201d. Faber, l\u2019instancabile interprete della missione di Vienna contro l\u2019Islam e a difesa dell\u2019unit\u00e0 religiosa con Roma, cap\u00ec perfettamente che valeva anche per s\u00e9 il rifiuto di Thomas More ad accendere roghi per i dissidenti in materia di fede. A lui, che nutriva sentimenti di venerazione per Erasmo, toccava infatti prendere decisioni assai difficili in una situazione quanto mai drammatica, se si tien conto che l\u2019invasore turco era alleato con i principi luterani e che nel 1529, dal 20 settembre al 14 ottobre, Solimano il Magnifico era giunto addirittura a cingere d\u2019assedio Vienna. L\u2019eccezionale, diretta testimonianza di Erasmo sulla scelta di More in una questione cos\u00ec decisiva per la coscienza cristiana ha cancellato le false accuse mosse all\u2019ex Cancelliere e ha obbligato tutti a fare i conti con la grandezza del laico cristiano Thomas More. More aveva la certezza che il tempo prova sempre la verit\u00e0 (\u201ctime always trieth out the truth\u201d) e dopo la morte a lui \u00e8 toccato un destino che nessuno avrebbe mai creduto possibile: da anni ormai i cattolici e gli anglicani lo venerano come santo e il 6 luglio celebrano insieme la sua festa, alternativamente a Chelsea e a Canterbury. * Non \u00e8 questo il luogo per ripercorrere le stazioni della via crucis di Thomas More nei quindici mesi in cui fu rinchiuso nella Torre di Londra, essendosi rifiutato di firmare l\u2019Atto di Successione. Non posso, per\u00f2, fare a meno di rievocare brevemente le ultime ore dell\u2019ex Cancelliere. Condannato per tradimento il 1\u00b0 luglio 1535, cinque giorni dopo, all\u2019alba del 6 luglio, gli viene comunicato che Enrico VIII ha ordinato di eseguire quel giorno la sentenza, sulla collina di Tower Hill, nella piazza antistante la Torre. More sale il patibolo alle 9 del mattino, appoggiandosi al braccio del Governatore della Torre, a cui regala un\u2019ultima battuta: \u201cVi prego, signor Governatore, aiutatemi a salire, perch\u00e9 a scendere lo far\u00f2 da solo\u201d. Egli, che aveva il terrore del dolore fisico e che umilmente aveva temuto fino all\u2019ultimo di poter cedere (Epp. 211 e 213 Rogers), mor\u00ec come pochi altri sono morti. More sapeva bene ci\u00f2 che lo attendeva perch\u00e9 il 22 giugno era caduta la testa del vescovo John Fisher e prima, il 4 maggio, erano stati trucidati i priori delle quattro comunit\u00e0 certosine d\u2019Inghilterra, uno dei quali era a lui particolarmente caro. Il re temeva che l\u2019ex Cancelliere aizzasse la folla, ma sir Thomas, nel dichiarare: \u201cMuoio da suddito fedele del re e innanzi tutto di Dio\u201d, chiede ai presenti di pregare per il sovrano perch\u00e9 Dio lo assista con buoni consiglieri. Racconta Thomas Stapleton: \u201cQuindi, inginocchiatosi, recit\u00f2 a voce chiara il Salmo 50, il Miserere. Poi si alz\u00f2 rapidamente e, quando il carnefice gli chiese perdono, lo baci\u00f2 con grande affetto, dicendogli: \u00abTu mi rendi oggi un favore pi\u00f9 grande di quello che nessuno mi abbia mai fatto o potr\u00e0 farmi\u00bb.\u201d Il re aveva vietato ai familiari, e forse anche agli amici, di assistere all\u2019esecuzione. Le cronache di altre esecuzioni ci descrivono il luogo del supplizio fin troppo affollato, ma per More non c\u2019\u00e8 neppure la presenza di un sacerdote a confortare gli ultimi istanti. Confuse tra la gente, per\u00f2, c\u2019erano la diletta figlia Meg e la figlia adottiva Margaret Giggs. Saranno ancora esse, le due sorelle di latte, a provvedere alla sepoltura del corpo decapitato dell\u2019amatissimo padre nella chiesetta di San Pietro in vinculis, incuneata tra le mura interne della Torre. Erasmo vorrebbe avere notizie dettagliate dall\u2019Inghilterra, ma \u201cla morte o il terrore chiude la bocca agli amici\u201d (Ep. 3104). Solo il 24 agosto, a un mese e mezzo di distanza, viene a conoscenza del martirio di More. La commozione e lo strazio afferrano il suo animo, che non vuol darsi pace. Una settimana dopo Erasmo scrive al vescovo di Cracovia Pietro Tomicki: \u201cDal frammento di lettera che ti invio saprai ci\u00f2 che \u00e8 accaduto al vescovo di Rochester e a Thomas More in Inghilterra, nazione che non ebbe mai uomini pi\u00f9 santi e di maggior valore di quei due. Con la scomparsa di More, sento anch\u2019io di aver smesso di vivere, perch\u00e9 noi due eravamo un\u2019anima sola\u201d (Ep. 3049). * La conclusione a cui sono giunto nel mio lavoro mi pare possa essere riassunta in questi termini: Erasmo e More sono all\u2019origine di quanto di meglio si sarebbe affermato nell\u2019et\u00e0 moderna, soprattutto perch\u00e9 essi hanno conferito un vero e proprio primato alla coscienza personale. La tragica vicenda di More, d\u2019altra parte, non pu\u00f2 essere compresa se non si ricorda che la parola chiave delle lettere che egli scrisse nella prigionia \u00e8 \u201ccoscienza\u201d. Quel termine si legge sedici volte nella Lettera 200, quarantaquattro volte nella Lettera 206 e ricorre di continuo nella Lettera 213. More non pretende di giudicare la coscienza degli altri, neppure quella di coloro che lo condannano; ma per quanto riguarda se stesso, il suo intimo convincimento \u00e8 espresso in questa frase indimenticabile: \u201cIo non ho mai scaricato il peso della mia coscienza su qualcun altro, fosse anche l\u2019uomo pi\u00f9 santo che oggi conosca\u201d (Ep. 206 Rogers). \u00c8 quindi con intima gioia che abbiamo visto Giovanni Paolo II celebrare in Thomas More il santo della coscienza per antonomasia. Nella Lettera apostolica per la proclamazione di san Tommaso Moro a patrono dei governanti e dei politici, pubblicata il 1\u00b0 novembre del 2000, si legge testualmente: \u201cDalla vita e dal martirio di san Tommaso Moro scaturisce un messaggio che attraversa i secoli e parla agli uomini di tutti i tempi della dignit\u00e0 inalienabile della coscienza, nella quale risiede il nucleo pi\u00f9 segreto e il sacrario dell\u2019uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nella sua intimit\u00e0\u201d. Un mirabile paradosso caratterizza, dunque, la vicenda di questo santo amabilissimo, incarnazione e modello non di un qualsiasi umanesimo, pi\u00f9 o meno cristianizzato, ma di un cristianesimo che volle essere, e fu davvero, totalmente e pienamente umano: in nessun momento, il martire Thomas More desider\u00f2 diventare martire. E di ci\u00f2 egli ci ha dato una precisa motivazione religiosa in una lettera dal carcere: \u201cIo non ho condotto una vita talmente esemplare da potermi senz\u2019altro offrire alla morte. Forse Dio mi castigherebbe per una tale presunzione. Perci\u00f2 non voglio essere io a farmi avanti; ma se sar\u00e0 Dio stesso a chiamarmi, confido che, nella sua grande misericordia, non mancher\u00e0 di darmi la grazia e la forza di cui avr\u00f2 bisogno\u201d (Ep. 207 Rogers). L\u2019ex Cancelliere fin\u00ec martire, ma ebbe l\u2019umilt\u00e0 di non averlo voluto. Forse anche per questo la sua testimonianza ci tocca cos\u00ec da vicino.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Thomas More ed Erasmo da Rotterdam si incontrarono per la prima volta a un pranzo del Lord Mayor di Londra nell\u2019estate del 1499. More aveva allora ventidue anni, Erasmo una decina di pi\u00f9, e fu subito amore a prima vista. 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